Virgilio Poeta

Nel  70 avanti Cristo, nelle Idi di ottobre, Publio Virgilio Marone nacque ad Andes, presso Mantova, dalla madre Magia Polla e da un padre che aveva forse nome Vergilius. Le fonti antiche e le testimonianze archeologiche paiono suggerire un'identificazione del villaggio natale con Pietole, idea che affonda le sue radici in una tradizione medioevale accreditata dallo stesso Dante. 

Compiuti i primi studi a Cremona e a Milano, Virgilio, ancora giovinetto, approdò finalmente nella grande Roma; avviato a una carriera forense che tuttavia non si confaceva alla sua timidezza, era destinato ad incontrarsi con i maggiori intellettuali ed aristocratici del tempo, tra cui Mecenate e il futuro imperatore Augusto. Nemmeno la tumultuosa e caotica vita della capitale si rivelò adatta ad un animo desideroso di pace, spesso colto dalla nostalgia per i semplici costumi della terra natia, per sempre abbandonati. Fu così che se ne andò a Napoli, a frequentare il celebre cenacolo del filosofo epicureo Sirone, sperando probabilmente di staccarsi dagli eventi mondani, in una sublimazione eterea del reale. Nel frattempo, all'indomani dell'uccisione di Giulio Cesare, le guerre fratricide non cessavano di creare nuovi scompigli. I triumviri, tra il 42 e 41 avanti Cristo, ordinarono una confisca di terre in vista della distribuzione di lotti agricoli ai veterani congedati. Ed è qui che la storia del poeta si incrocia con quella del nascente Impero. Il piccolo podere di famiglia rientrò infatti nel grandioso piano della divisione delle terre e il dolore dei contadini che si videro espropriare i propri possedimenti echeggia nelle struggenti note della poesia virgiliana, in modo particolare nelle Bucoliche. 

Dal 37 al 29 a.C. furono composte le Georgiche nelle quali il poeta, dopo aver cantato l'Idillio di un idealizzato mondo pastorale in cui soltanto a tratti riusciamo a scorgere la realtà del paesaggio mantovano, esalta il lavoro nei campi come una delle più alte dignità umane, il quotidiano sacrificio dei contadini, la generosa abbondanza della madre terra, aderendo così ad un programma politico che voleva deliberatamente aggrapparsi ai valori della campagna, così da sfuggire alla corruzione dei tempi : "Vince il sudato lavoro / tutto sempre ed è sprone ne'duri casi il bisogno" (Georgiche I,145-146.Traduzione di Enrico Paglia). 

Con l'Eneide il sommo poeta diede alla luce il capolavoro che gli doveva guadagnare fama paragonabile a quella di Omero. Attraverso innumerevoli espedienti poetici ed una abilissima operazione di recupero dei miti tradizionali, Virgilio evitò in qualunque momento del poema di lodare in modo diretto il committente dell'opera, il potente imperatore Augusto, la cui stirpe, quella della nobilissima gens Iulia, veniva miracolosamente a riallacciarsi ad Ascanio/Iulio, a suo padre il pio eroe troiano Enea, e la madre di quest'ultimo, la dea Venere. 

Il più illustre cantore delle glorie di Roma non fu mai completamente soddisfatto dalla sua Eneide; non era destino, tuttavia, che egli potesse apportavi i cambiamenti che riteneva necessari. Di ritorno da un viaggio in Grecia il poeta morì a Brindisi, il 21 settembre del 19 a.C. Fu sepolto a Napoli sulla via per Pozzuoli; qui, un ignoto appose quella famosa epigrafe che la tradizione avrebbe attribuito inevitabilmente allo stesso Virgilio : "Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc / Parthenope; cecini pascua rura duces". 

Popolare già in vita il grande maestro dopo la morte acquistò immediatamente una fama senza limiti. Il medioevo cristiano ne fece una sorta di mago e fu lo stesso Dante a consacrarlo "maestro e dottore", scegliendolo come guida nel suo viaggio ultraterreno.